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sabato 19 giugno 2010

L'osservatore Disumano, in ricordo di Josè Saramago

Due giorni fa è morto il premio nobel per la letteratura Josè Saramago, uno scrittore noto ai più, in Italia, per aver attacato, parafrasando le catilinarie, il governo Berlusconi. Le polemiche, oltre ad essere state un caso politico, sono state anche un caso editoriale perché al nobel portoghese non fu concesso di pubblicare il libro "Il quaderno" con la casa editrice Einaudi (di casa Berlusconi) per le critiche al presidente del consiglio: una delle tante metafore, una delle tante immagini, che possono rappresentare l'Italia del conflitto d'interessi.
Non è di Berlusconi che voglio scrivere però, ma di come chi ha avuto la fortuna di poter leggere, anche solo un libro di Saramago, sia rimasto affascinato dalla sua capacità narrativa, dalla sua abilità di inserire nell'inconscio del lettore i suoi personaggi.
La morte di Saramago, per chi lo ha incontrato tra le sue pagine, spero possiate perdonarmi il meccanismo psicologico della proiezione che sto adottando, è qualcosa che ha preso alla sprovvista, perché, abituati al suo materialismo, alla sua schiettezza, al suo voler omaggiare il quotidiano, la persona con le sue debolezze, abituati alla semplicità con cui esprimeva la sua immensa cultura, pur pemettendosi il vezzo di frasi lunghissime, fatte di sole virgole, lo consideravamo immortale.
Lo consideravamo immortale per la veemente umiltà con cui schiaffa le sue certezze e i suoi dubbi, lo consideravamo immortale perché è stato come un padre letterario, un maestro, oserei, di vita, che ha saputo trasmettere con le sue storie più di qualche romanzo o poesia, ma i tanti pezzi che compongono la sua persona, la difficoltà sta nel metterli insieme, il problema è da dove partire.
Si può partire dal suo Portogallo presentato con tutta la sua aretratezza, elevata a richezza, descritta negli anni '80 con "Viaggio in Portogallo", oppure dal suo eccentrico iberismo che lo ha portato a sognare in "Zattera di pietra" un distaccamento di Spagna e Portogallo dal resto dell'Europa, potremmo mettere insieme lo scrittore e l'uomo Saramago con le parole da lui scritte sulla politica nel romanzo "Saggio sulla lucidità", in cui critica aspramente, attraverso la narrazione, la democrazia, o se preferite, come me, potrete considerare Saramago maestro, padre letterario, amico, saggio, per come considera con estrema gentilezza, con un rispetto, ormai introvabile, le donne in ogni suo libro, un amore che nel quotidiano esprimeva verso sua moglie Pilar, e nell'arte dello scrivere, verso ogni donna che ha descritto tra le sue pagine venerandole per la loro semplicità, la loro bellezza, presentadole con le loro mille sfacettature come solo chi non si arrende alla complicatezza femminile sa fare, anzi meglio, perché lui è Saramago.
Tra i tanti punti di vista da cui procedere, per mettere insieme il mosaico letterario e umano del nobel Saramago, L'osservatore romano ha ben pensato di iniziare dalle due tessere più visibili, ma anche più scontate, banali ed idiote, perché se prese per prime inevitabilmente rendono l'intero percorso difficoltoso, incompleto, non in grado di far cogliere le tante, continue sfumature dello scrittore portoghese: le due tessere dell'ateismo e del comunismo di Saramago.
L'opinionista, nonchè "osservatore", Claudio Toscani si diverte in un percorso storico-letterario, (sarò io che ricerco senza tregua l'originalità, ma un articolo di giornale con un procedimento cronologico è illegibile) in cui rinfaccia con tanta facilità, quanta è la mancanza di riferimenti, "l'onnipotenza (presunta)" e la facilità con cui Saramago, da "populista estremico", sputa sentenze, e nel vaticanamente proporre queste etichettature non si scorda di considerare, per esempio, l'ultima opera dello scrittore "inaccettabile", alla faccia della critica fatta, poche righe prima, al nobel accusandolo di dare giudizi banali sulla non esistenza di dio.
Ma come non volevo prima parlare di Berlusconi, non voglio nemmeno ora limitarmi a far le pulci ad un articolo dettato dalla paura di vedere le certezze, così ben conservate tra la cellulosa de "L'osservatore", messe in dubbio da un uomo geniale e irriverente come è e sarà Saramago. Quel che voglio porre in risalto è la difficoltà di scrivere dopo la scomparsa dell'uomo e dello scrittore portoghese che ha espresso in modo graffiante, sino all'indecorso, l'umanità di ogni suo personaggio, quindi anche di Gesù di Nazareth ne "Il vangelo secondo Gesù Cristo", e invece la disumanità di chi pretestuosamente accusa il nobel di non considerare le stragi del comunismo sovietico, mentre condanna le crociate, questo quando Josè Saramago ha fatto parte di quel gruppo di scrittori latini d'ispirazione marxista che hanno guardato con estremo rispetto a Ernesto Guevara e più recentemente al movimento zapatista, ma si son tenuti ben lontani dal comunismo reale dell'U.R.S.S..
Quale disumanità ha fatto vibrare la penna de "L'osservatore romano" il giorno dopo la morte del nobel portoghese per attacare la persona con l'obliquità di chi si trincera dietro una critica alle opere?
Come è possibile aver così poco rispetto per la scomparsa di una persona, prima ancora che nobel?
Non so che farà la redazione de "L'osservatore" per scolparsi di quella che loro consideraranno la giusta difesa di un dio a costo di qualche pedata all'anima di uno scrittore che crede di non averla, senza capire che la maggior violenza è attribuire a forza un'anima ad un ateo, ma io invece per celebrare Saramago, col mio grezzo ascetismo, frenerò l'impulso di finire l'intera bibliografia di Josè Sousa (reale cognome) in breve tempo, per invece diluire le letture nel tempo finendo con la giusta meditazione il mosaico del nobel seguendo, probabilmente sino all'ultimo, la tessera, ormai introvabile, del rispetto verso le donne.

Alberto Spatola