venerdì 1 dicembre 2023

Il Mondo in città - Rubrica su affari globali

Sin da Gennaio collaboro con il giornale locale Il Ponentino.
Scrivo una rubrica settimanale (o almeno ci provo) su affari globali, ogni volta una regione del mondo diversa: Europa, Asia Occidentale, Asia Orientale (e Oceania), Africa, America Latina, e Nord America.
Per leggere la rubrica puoi seguire Il Ponentino, per esempio sul suo canale Telegram.
Qui, voglio solo riportare il mio ultimo articolo per la rubrica "Il Mondo in città" su Israele e Palestina.
Riporto i primi paragrafi, spero che l'articolo vi incuriosisca al punto di finirlo su Il Ponentino.

Buona lettura.

Il mondo in città – Asia Occidentale: La coesistenza è possibile

© Tutti i diritti riservati a Partners for Progressive Israel

Un nuovo alfabeto e la sua calligrafia, e un ristorante.
Ma anche degli ospedali, un movimento politico e una nuova idea d’organizzazione dello Stato.
Sono solo alcuni degli elementi che lasciano intravedere un possibile percorso di coesistenza tra le diverse comunità che abitano e si riconoscono in Israele e nella Palestina.

È necessario però premettere che gli esempi di coesistenza che sto per descrivere non possono cancellare i quasi cinquemila bambini uccisi a Gaza e dintorni nell’ultimo mese e più. Bambini uccisi da una guerra di cui non sono responsabili. I buoni esempi di coesistenza non strapperanno via le forti emozioni che hanno traumatizzato ancor di più Israele e il popolo ebreo con il pogrom del 7 Ottobre, commesso da Hamas nei kibbutz dei territori israeliani prossimi alla Striscia di Gaza. I morti non riavranno vita.
Anche se i tanti semi di coesistenza sbocceranno presto e daranno i loro frutti, ci sarà sempre una parte delle popolazioni della regione che non vorrà cogliere quei frutti, perché non vogliono nemmeno parlare di coesistenza con chi considerano il proprio oppressore o assassino. E una parte di noi, non può nemmeno dargli torto.
Eppure, è fondamentale essere consapevoli che non c’è cecità peggiore che quella del cuore; pensare che ci siano conflitti che non possano essere risolti, che non vale la pena risolvere, è il primo passo verso una cecità inguaribile.
Perciò anche nel racconto di una guerra è fondamentale prendere un momento per guardarsi intorno e non dimenticarsi di chi coltiva umanità.
La seconda premessa è che quelli che sto per offrire non sono che alcuni esempi di coesistenza. In realtà si può scrivere molto di più, ma il fatto di mettere assieme questi semi ci permette di capire come l’estremismo e l’incapacità di riconoscere l’altro, non siano la norma.

Liron Lavi Turkenich è una designer che ha cercato di rendere le due lingue semitiche di Israele e Palestina un po’ più connesse. L’arabo e l’ebraico hanno già molto in comune, sono lingue con una loro sacralità, hanno le radici nella stessa regione, ma si sono poi propagate in tutto il mondo e hanno un loro alfabeto che si scrive da destra a sinistra. Nonostante queste similitudini la lingua in terra santa è una barriera. Entrambi i popoli sanno bene come cogliere qualche significato di un’altra lingua per necessità, per trauma, sia un inferno.
Per esempio, Primo Levi, raccontò come la lingua si stesse evolvendo nei campi di concentramento, mescolando quelle degli internati con quelle degli ordini, per lo più in tedesco. E capire quegli ordini faceva la differenza tra la vita e la morte.
Gli ebrei per secoli hanno vissuto con questa ansia di integrarsi, arrivando a mescolare la loro lingua, fino quasi a perderla.
È con la nascita d’Israele che la lingua ebraica ha ritrovato una nuova forma, un rinascimento.
Per capire cosa in pratica ha fatto la designer israeliana dovete fare un piccolo esercizio: coprite con la mano la parte inferiore delle lettere delle prossime righe. Vi state probabilmente rendendo conto che riuscite a leggere e comprendere il testo benissimo lo stesso, anche senza la parte inferiore dei caratteri.
Potete togliere la mano adesso, sappiate che per l’arabo vale lo stesso esercizio, mentre per l’ebraico è la parte inferiore che rende distinguibili le lettere.
Il gioco è presto fatto, combinando la parte superiore dei caratteri dell’alfabeto arabo, e la parte inferiore delle lettere ebraiche, è possibile scrivere parole e frasi che entrambi i popoli possono leggere. Certo ci vuole qualche accorgimento, ma il risultato è che diverse autorità israeliane, dal Presidente della Repubblica in giù, hanno benedetto il progetto e provano a utilizzare questo nuovo sistema di scrittura in vari contesti. Per sostenere il progetto è possibile comprare oggetti con impresse parole in Aravrit: il nome del sistema di scrittura che si basa sulle due lingue millenarie.

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martedì 30 agosto 2022

Ep.2 🇮🇹🇪🇺 Io voto “la persona”, ma si può? | Il Voto nello stivale

 

Ecco il secondo episodio del visual-podcast "Il voto nello stivale", puoi ascoltare e seguire la trascrizione con alcune immagini a questo link: https://player.timelinenotation.com/albertospatola/24013 

Con questo episodio facciamo un viaggio tra le istituzioni italiane e alla scoperta della legge elettorale per il Parlamento, Camera e Senato. Per capire soprattutto quanto è possibile per noi cittadini votare "la persona", scegliere chi ci rappresenterà a Roma.
In appena 15 minuti scopriremo tutto questo.


mercoledì 24 agosto 2022

Ep.1 🇬🇧🇪🇺 Three languages, two coalitions, one vote | IL VOTO NELLO STIVALE - The Vote in the Boot

IL VOTO NELLO STIVALE The Vote in the Boot
IL VOTO NELLO STIVALE
The Vote in the Boot

At this LINK, you have the first episode of my new (visual) podcast, "Il voto nello stivale - The Vote in the Boot".
Everything is an experiment and pretty artisanal, and my English is far from perfect.
I'm taking the chance of these Italian general elections to develop the idea of a media company in the future with world journalism and narration at its core.
In the meantime, in the following weeks, I will narrate, with "The Vote in the Boot", the coming (25th of September) Italian general elections in English and in Italian (a little more often).
I'd like your feedback, especially about the visual podcast format, which is still unusual but has excellent potential.
Hugs,

Transcript:
THREE LANGUAGES, TWO COALITIONS, ONE VOTE

Ciao!
You're listening to "Il voto nello stivale". "The vote in the boot".

I'm Alberto Spatola, and this podcast is about navigating the coming Italian elections.
 

Today we will find out why the primary political leaders started the electoral campaign by speaking in French, English and Spanish.
But first, we need to go back to the 90s.

Italy opened the decades by hosting the Football World Cup.
A hopeful note embodied by the song of that event: "Notti magiche", "magic nights".
Still, the country went through a dark, transforming time just after a few years.
For Italian politics, the first years of the 90s were a long night, not that magic.
Corruption, killings and public anger were the norms.
During that long night, Italian politics found the strength to reform itself, at least apparently. And so, with dawn started the so-called "II Republic".
No change of the Constitution happened, but a radical transformation of the electoral laws from municipalities to the Parliament.
Italian politics became a wild mess; nowadays, it is even more.
Still, a common theme of the electoral laws in Italy is that we have something no other functioning democracies have: pre-election coalitions.
Parties have to claim, before the elections, with which allies they would like to form a government and the electoral system rewards the creation of these pre-election coalitions.
With this in mind, let's go back to the present.

We are in the summer of 2022, and I introduce to you Giorgia Meloni, leader of the right-wing coalition, a coalition made up of three lists and seven parties. An alliance refers to three European political families (Identity and Democracy, Conservatives and Reformists, and the European People's Party).
Then, there is Enrico Letta, leader of the centre-left, a coalition of four lists and thirteen parties. An alliance refers to four European political families (Socialists and Democrats, Renew Europe - Liberals, Greens, and the Left).
Yes, it is complex. Welcome to Italy.
That's a vote in the boot.

To make it easier for me, these two leaders decided to address the foreign audience in a trilingual video (French, English and Spanish).
Giorgia Meloni started and Enrico Letta followed.
The leader of the right defined herself before others started to do so.
The risk for Meloni was the foreign press would frame her as a danger, focusing more on her past political affiliation and less on the novelty of her candidacy.
The risk was that the entire world would start to convince enough Italians that they were electing a dangerous post-fascist politician.
So, Meloni said three crucial things:
The Italian right has left fascism in the past, and she condemns the suppression of democracy and the anti-Jews laws;
Meloni condemns Nazism and Communism, underling how the left today struggles to distance itself from the latter.
Meloni is from a few years the leader of the European Conservatives and Reformists, so her models are the Tories in the UK and the Republicans in the US; in short, she is an "Atlanticist".
There is a lot to unpack.

Letting fascism in the past is not a condemnation, as many commentators in Italy said; it simply means that she might come from there, but for shaping society, she will look elsewhere than Italy during the 30s of last century.
Moreover, Mussolini, in 1938, while announcing in Trieste the "Racial laws", didn't intend to target only Jews. He linked the Racial laws to the building of the Empire (i.e. Colonies), creating a strict racial hierarchy. And he said that "the Jews issue" was just an aspect of the racial question.
Meloni cherry-picking one element of the "Racial laws" and calling them "anti-Jews laws" doesn't only misrepresent the past but indicates her idea of the future.
She didn't distance herself from her fascist past.
And don't be fooled by the fact that she condemned Nazism. In Italy, and more broadly in southern Europe, we don't put Fascism and Nazism in the same basket.
Among Italians, it is a common theme to differentiate Fascism from Nazism because it makes it easier to look at our history, to look at ourselves in the mirror.
What is unbearable to think was running in our society, we link it to the alliance with Berlin, and so we have been able to sleep tight for decades. But still with a dirty conscience.
Giorgia Meloni wants to sound like a solid democratic leader rebuking Nazism and Communism. Still, the stress she put into underling the danger of Communism is a way to attack the opponents.
In Italy, the intellectual argument that Nazi fascism is a criminal idea, instead Communism is a legitimate idea that gave birth to criminal dictatorships found particular ground. If this differentiation might sound like a little thing in Cambodia with Pol Pot, or in the former Soviet Union with Stalin, etc., in Italy, history gave a chance to the largest Communist Party in the Western World, the PCI, to be a pillar of the democratic institutions.
Many Italian Communist leaders, until 1981, were in bed with the Soviet Union and regarded Moscow as a model. Still, Communism in Italy has been a democratic force despite many downfalls.
Ultimately, Giorgia Meloni gaslights her credentials, presenting the US Republican Party and the British Conservatives as her models. But again, she is not talking about the past but the future.
She means the Republican Party of Donald Trump and the Conservative Party of Brexit.
Reading between her French, English and Spanish, we can see a New Right with a deep political culture and the capacity to reinvent itself, staying the same while adapting to the new times.

In front of this sophisticated and effective rebranding, Enrico Letta replied with a video in the same format, and he stated dry facts, thinking that "the electoral campaign cannot cancel the facts". That's a pure illusion.
There are many words, in his video, about the Democratic Party's pro-European stance. Still, a pro-EU message about institutions, nation-states, veto power, and money.
One day we will learn that Europe should be about the Europeans.
In the meantime, it is hard to grasp which society the Italian centre-left wants to build.
There is no identity and story in sight.
Maybe in the following video.

You've listened to "The vote in the boot".
I'm Alberto Spatola.
Goodbye, and good luck!

Sources:




giovedì 23 giugno 2022

ANALISI DELLA RIPARTENZA - IL VOTO SOTTO LA LANTERNA

Analisi della ripartenza - il voto sotto la lanterna

Provo a unire due cliché, “l’analisi della sconfitta” e “si riparta da…”, per cercare di dire qualcosa d’originale.
A volte ci riuscirò, spesso no.
Per cui una nota a margine: leggeremo molte analisi e considerazioni sull’ultimo voto amministrativo a Genova e il sentimento più naturale è di voler prendere la testa di chi ha scritto e provarla ad aprirla in maniera più o meno gentile per farci entrare qualcosa dentro, oppure proveremo immensa gioia, voglia di baciare e abbracciare chi ha scritto quella particolare riflessione in cui ci rispecchiamo e ci fa sentire un po’ meno soli.
Per cui vi chiedo di trattenervi dall’aprirmi il cranio o baciarmi con afflato, leggete, riflettete, annotate le vostre impressioni e leggetene altre.
Arriveremo a capirci qualcosa di quanto sta accadendo alla nostra città e alla nostra area politica se ricominceremo ad ascoltare e ad accettare che solo dal cucire le prospettive dei singoli ci si può avvicinare alla visione d’insieme, a una qualche verità o per lo meno una strada da percorrere.
Iniziamo quindi con un primo passo.
Guardiamoci attorno per capire dove andare.

Analizzerò la situazione andando dall’alto in basso, seguendo le schede elettorali che avevamo in mano il 12 Giugno.
L’elezione del Sindaco, del Consiglio Comunale (liste e preferenze), e l’elezioni Municipali, Presidenti, liste e Consiglieri eletti.
 
I CANDIDATI SINDACO
Molto inchiostro si sta usando per sottolineare quanto il risultato di Bucci sia da mettere in prospettiva con i numeri assoluti e non solo le percentuali.
C’è un fondo di verità, ma con alcuni dati possiamo vedere i limiti di questa narrazione consolatoria che di fatto ci dice che c’è una soluzione magica a queste continue sconfitte della “Genova progressista” a partire dal 2015: mobilitare “i nostri”.
Sì, ma non solo.
Confrontare i numeri assoluti fra una elezione e l’altra è fuorviante. È dall’inizio del secolo che Genova a ogni ciclo elettorale perde (mediamente) tra i 12 e i 13 mila abitanti. Cioè Genova si restringe: è come se ogni cinque anni perdiamo un quartiere delle dimensioni di Voltri, poi Nervi e poi Pontedecimo, e così via.
La Genova di Pericu era più grande e più giovane, quella di Bucci si è ristretta demograficamente di circa l’8%. Se nel 2002 c’erano 12 genovesi, ora ce ne sono 11.
Frasi del tipo che Bucci è il Sindaco meno votato della storia della città sono quantitativamente vere, ma nei fatti una distorsione che non ci aiutano a comprendere la realtà.

Per cui non basta mobilitare il cosiddetto fantomatico elettorato di sinistra per recuperare le glorie perdute, pensare che l’astensionismo sia un agglomerato omogeneo di delusi di sinistra è pura illusione. E non c’è bisogno che citi dei dati per confermare tale fatto.
Soprattutto questa lettura porta la “Genova progressista” a guardarsi il proprio ombelico e a dividersi tra chi accusa gli altri di non aver fatto la tal cosa per appassionare l’elettorato che ha preferito il divano, e chi, invece accusa l’elettorato o quel gruppo di elettori d’aver scelto il divano anziché difendere la Genova del colore giusto.

Bucci ha raggiunto il suo risultato sicuramente anche grazie ai limiti del centrosinistra, ma c’è del suo. Lasciamo da parte il personaggio che si è creato, la comunicazione, il Sindaco-Commissario, etc. Il centrodestra di Bucci è qualcosa di radicalmente diverso dal centrodestra genovese precedente al 2015.
Ancora nel 2017 il centrodestra aveva pochi candidati, poche liste e un’area culturale di riferimento legata ai suoi partiti tradizionali. Oggi, nel 2022, si è presentato con una coalizione ampia guidata dalla “Lista Bucci” e la “Lista Toti”. Possiamo discutere ore del sostegno di Renzi e Calenda a un candidato Sindaco sostenuto da Fratelli d’Italia e Lega, ma la loro scelta è la conseguenza del fatto che dietro al rieletto Sindaco c’è una coalizione ampia e varia.
In maniera simile (lascio a voi decidere se metterle sullo stesso piano) alle coalizioni di Burlando che con una battuta diceva andavano da Don Gallo a Monteleone (ex deputato UDC).
Personalmente critico i metodi con cui le coalizioni di Burlando e Bucci si sono formate, troppo legate alle sigle e al potere, agli interessi più o meno particolari. Ma dall’elezione di Obama alla scelta del Sindaco di paese si vince con progetti e messaggi inclusivi, ampi, o per lo meno grandi abbastanza.
È necessario quindi superare quindi gli steccati ideologici ed evitare le contrapposizioni specialmente quando si è in una posizione di svantaggio.
Il centrodestra ha fatto campagna elettorale in luoghi in cui prima non ci si avvicinava e ha candidato persone provenienti da comunità che prima guardavano altrove o non erano ascoltate.
Dobbiamo inorridire e reagire di fronte all’intolleranza e alle idee politiche delle destre a Genova come altrove, ma allo stesso tempo comprendere le dinamiche particolari del loro successo.

Passando al campo sconfitto, io spero vivamente che le analisi su Ariel Dello Strologo non si soffermino sulla sua natura di candidato, ma su come la coalizione di riferimento sceglie e costruisce le candidature.
Ogni persona, e quindi ogni candidato ha dei limiti, ma su quei limiti ci si lavora e si costruisce una squadra e una strategia per mettere in luce i punti di forza e compensare i lati più deboli.
È un lavoro che richiede tempo e capacità.
A volte le primarie sono un tassello importante di tale lavoro, a volte se ne può fare a meno. Pensare che le sole primarie bastino è illusione, credere che non facendo le primarie il resto si aggiusti da sé è folle.
Le dirigenze del centrosinistra sono state folli, Ariel Dello Strologo ci ha messo tutto se stesso per fare del suo meglio.
Punto.
Faccio quadrato su un candidato che ho incontrato una sola volta e per cui non provai una particolare affinità quando si fece il suo nome. Però ho osservato la campagna elettorale che ha condotto, il lavoro inclusivo con cui ha costruito la sua lista, e sapendo bene quanto è facile fare scivoloni nel mentre i riflettori sono sempre addosso credo gli si debba dire grazie e fargli dei complimenti.
Le critiche che posso fare non sono per evidenziare errori, ma cose che potevano essere fatte meglio. Per esempio è da evidenziare come la sua lista l’abbia costruita tramite un lavoro inclusivo, però purtroppo quel che è uscito fuori è stato solo il tentato messaggio “il mondo centrista è con me, non sta andando verso Bucci”. Il messaggio ci poteva anche stare, ma ha coperto la pluralità della sua lista, che non ha fatto un risultato strabiliante, ma onorevole, coinvolgendo vari gruppi troppo spesso snobbati.
Insomma la lezione è la solita non bisogna essere centristi, ma centrali. A volte le due cose si sovrappongono in parte, spesso sono concetti diversi.
Dello Strologo poteva mettere meglio a fuoco i due concetti, ma non è cosa semplice, soprattutto in Italia dove siamo maestri nell’impantanarci nel centrismo, o meglio nel centrino.
 
IL VOTO COMUNALE
Farà parte del Consiglio Comunale oltre al Sindaco e ad Ariel Dello Strologo anche il candidato Sindaco Crucioli, e la sua lista si è affermata in quasi tutti i Municipi con un* elett*.
È un segnale preoccupante, non solo abbiamo la coalizione di maggioranza relativa (a livello nazionale) guidata da Fratelli d’Italia, ma fuori dai blocchi c’è spazio per altre formazioni che pescano dalle cloache di pensiero filo-Putin, no-vax e contro il processo d’integrazione europea.
Nel mentre si osserva il possibile evolversi di un “centro”, gli estremi si stanno ri-amalgamando e prendendo nuove forme al di sotto dei radar.
Sarebbe colpevole far finta di nulla, urlare ai fascismi quando serve elettoralmente e poi alzare le spalle quando ITALEXIT si camuffa sotto forma di lista civica e supera abbondantemente il 3%.

Passiamo alle liste che hanno composto la coalizione di centrosinistra e 5 Stelle.
L’elemento più semplice da analizzare sono appunto i 5 Stelle. Anziché cogliere gli elementi di novità e il grido proveniente dall’elettorato del MoVimento nel 2013 (e negli anni precedenti) e trasformarlo in programma di governo attraverso un’alleanza puntuale, il centrosinistra e il PD in particolare ha aspettato e mandato al macero anni fondamentali per lasciare che fosse il centrodestra a ripensarsi e così capace di mangiare pezzi del fu elettorato grillino.
Solo adesso che i 5 Stelle sono diventati un piccolo orticello, luogo di battaglie personali, allora il PD ci si rispecchia e tenta un alleanza formale, strutturale che sa tanto di preservazione del potere. Le idee, i programmi, le posizioni sull’Europa, sui vaccini, “i taxi del mare”, le vicinanze geopolitiche alla Russia di Putin, alla Cina, etc. è tutto dimenticato.
Il risultato che ora, in una delle città simbolo dei 5 Stelle, quello stesso partito è il nano della coalizione col suo 4,40%.

La cornice entro cui valutare il risultato del PD sta nel costruire coalizione intorno a sé, non in quanti voti col naso turato si prende. Ma probabilmente ai suoi dirigenti locali ciò non interessa. Invece, l’analisi che si legge più facilmente tra le file democratiche è “abbiamo perso, ma il PD ha tenuto”.
È da 30 anni che la politica italiana ha scelto la follia delle coalizioni pre-elettorali, ma anche se queste (finalmente!) sparissero domani la forza di un “partito di governo” non si misura solo dai voti che prende, ma dalla capacità di creare alleanze intorno a una visione politica.
Senza allargare troppo lo sguardo, possiamo vedere come il PD genovese appaia sempre meno interessato a governare, ma cerca invece di stare il più comodamente possibile all’opposizione. Credendo che un giorno ritornerà il proprio turno.

L’alternativa all’apatia del PD dovrebbe essere un altro soggetto politico, anche solo a livello locale, nello stesso campo, ma con nuove idee e maggior capacità di coinvolgimento.
Purtroppo non c’è nulla di tutto ciò all’orizzonte, perciò ampie fette dell’elettorato guardano intorno al PD, sperano per un po’ in qualche esperimento del momento, e poi si turano il naso.
La dirigenza del PD scambia ciò per consenso.

Per fortuna al di fuori delle gabbie della dirigenza qualche elemento di speranza emerge anche tra le preferenze ai candidati del PD.
Cristina Lodi, seppur figlia di una lunga tradizione di corrente interna al PD, col suo risultato, prima degli eletti, dimostra come il lavoro consigliare, conoscere l’amministrazione e i problemi cittadini sia la strada per gestire e costruire il consenso. È un insegnamento fondamentale per un centrosinistra che risucchia le sue energie più preziose nelle lotte intestine di partito.
Altro elemento di speranza è SiMohamed Kaabour. Un candidato indipendente, senza tessera, che mi auguro con tutto il cuore rimanga tale.
Genova ha bisogno che il suo impegno sia libero e in grado di rappresentare una coalizione ampia di nuovi genovesi, e portare avanti battaglie di diritti e opportunità.
Per me non è stato un bello spettacolo guardare da lontano queste elezioni amministrative, ma un po’ di gioia l’ho sentita nel vedere “Simo” tra gli eletti. Ho sentito che forse fra qualche anno i miei futuri figli potranno rispecchiarsi in una città che non dimentica le proprie radici di città portuale e aperta.

L’alternativa al PD, non illudiamoci, non c’è, ma qualcosa si muove.
Alternativa non c’è perché come al solito ciò i vari tentativi si auto impongono il limite d’essere “a sinistra del PD” e perché si preferisce la somma alla moltiplicazione, le sigle alle persone.
La cosiddetta lista “rosso-verde”, per i pignoli “Europa Verde - Lista Sansa - Linea Condivisa” ha perpetuato fin dall’inizio i suddetti errori.
Basta appunto il nome (oltre al logo) per capire come quella lista fosse nata sui presupposti sbagliati, ma i candidati, singolarmente, sono riusciti a scrivere una storia diversa. Una nuova generazione ha preso le redini del progetto e il risultato si può vedere nei Municipi e in maniera ancora più plastica nel Consiglio Comunale con l’elezione di Filippo Bruzzone, Consigliere uscente del Municipio Ponente, e Francesca Ghio attivista dei “Friday for Future”. A questa nuova generazione nelle istituzioni l’ingrato compito di non cadere nelle etichette del passato che hanno portato la loro lista a essere una sommatoria insipida e invece radicarsi nella città.

Per potersi radicare nella città gli servirà l’umiltà di collaborare con soggetti al di fuori della loro area politica, essere orgogliosi della loro giovane età, ma non iniziare una battaglia generazionale persa in partenza e soprattutto non essere “angurie” ma veri ecologisti.
L’ecologismo politico in Italia si presenta sempre in maniera caricaturale (difesa degli animali prima di tutto e no a ogni cosa) o come surrogato, contorno alla sinistra radical comunista. Appunto “angurie”, verdi fuori ma rosse dentro.
L’ecologismo anche in Italia come in buona parte del resto d’Europa deve trovare l’orgoglio di camminare sulle sue gambe e contaminare le altre culture politiche anziché l’inverso.
Insomma l’invito a Francesca e Filippo e agli altri eletti della lista e di camminare sul cammino di Alexander Langer, tra i fondatori dei Verdi Europei, che scrisse già negli anni ’80 “È vero, il verde non passa per la cruna dell'ago rosso”.
Nei prossimi anni si vedrà quanti passi avranno fatto in quel percorso.

Infine c’è la già citata lista del candidato Sindaco “Genova Civica - Ariel Dello Strologo Sindaco”.
Come già detto l’errore di mettere in risalto gli elementi centristi all’inizio della Lista, ha coperto quegli elementi di nuova politica che con saggio lavoro di cucitura il candidato Sindaco ha messo assieme.
Per esempio entra in Consiglio Comunale Amore Stefano Pietro, che non ho il piacere di conoscere ma rappresenta “DEMOS - Democrazia Solidale” il Partito d'ispirazione cristiano sociale che ha tra le sue file il medico di Lampedusa, ora Euro parlamentare Pietro Bartolo. Inoltre hanno avuto un risultato rilevante i candidati di “Possibile” il partito fondato da Pippo Civati con numerosi candidati che hanno ravvivato la lista per il Comune e in alcuni Municipi.
Infine “Volt”, di cui faccio parte, il partito progressista pan europeo è stato motore della campagna elettorale della lista specialmente nel Levante e Medio Levante della città in cui ha eletto la sua co-coordinatrice Chiara Barbieri. Un risultato meritato frutto di anni di lavoro, ascolto e campagne.
Ecco, un fondamentale tassello della ripartenza dovrà essere la nuova politica, centrale rispetto le sfide di oggi e domani, che Dello Strologo ha saputo aggregare.
 
I MUNICIPI
Nel 2012 all’indomani delle primarie tra Vincenzi e Doria, vinte dal secondo, un allora deputato durante un’assemblea a Sestri Ponente raccontò di un dialogo che ebbe con un operaio della Fincantieri il quale votò Doria convintamente, soprattutto come scelta di protesta contro la dirigenza del PD genovese. A quel punto il deputato gli chiese “ma se avessimo candidato la Vincenzi, senza primarie, l’avresti votata?” L’operaio rispose che si l’avrebbe votata. Per il deputato il discorso era chiuso e la morale presto detta: dovremmo avere più fiducia nella capacità di mobilitazione della “disciplina di partito” e non perdere tempo dietro alle primarie o altri strumenti di ascolto e scelta che confondono e dividono.
Dieci anni dopo, nel Municipio di Sestri Ponente il candidato del centrosinistra, ex Vice Sindaco e probabilmente l’ultimo dei funzionari del fu PCI, perde la corsa per la Presidenza del Municipio.
L’arroganza di quel deputato, ancora influente, incarna gli errori e le ragioni di come nel mio Municipio in due elezioni si sia passati da un centrosinistra al 72% nel 2012, poi una coalizione che fu in grado nel 2017 di guadagnarsi il premio di maggioranza con qualche fatica, per arrivare a oggi nel 2022 un centrosinistra che perde così come in altri sette Municipi.

La realtà è che la disciplina di Partito bisogna anche guadagnarsela, e il PD genovese è da anni che fa di tutto per perdere quel rispetto che pensa sia dovuto.
Per i Municipi sono state fatte molte scelte infelici. Diversi candidati Presidenti in gamba sono stati trascinati in basso non solo dal risultato comunale, ma anche da una guerra-trattiva oscena sulla scelta dei nove candidati Presidenti in cui tutti ci hanno perso.
Guarda caso i due Presidenti riconfermati del “CSX-5S” sono i due che hanno potuto fare campagna elettorale per tempo con liste fatte di gente radicata invece che doversi difendere dal fuoco amico.
Un perfetto esempio di ciò è l’ottimo risultato di Federico Romeo in Valpolcevera che se nel 2017 fu eletto a fatica, senza aver diritto al premio di maggioranza, con questa tornata vince agevolmente soprattutto grazie alla sua lista civica che raccoglie oltre 2000 voti in tutto il Municipio.
Una risalita della china che è controcorrente col risultato generale e da cui quindi c’è da imparare.

Tra il Medioponente e la Valpolcevera c’è un quartiere, Borzoli, che è di confine. Il centrosinistra genovese dovrebbe riunirsi lì. Dovrebbe riflettere sui suoi errori, sulle persone e le comunità che non ha saputo valorizzare e allo stesso capire come mobilitare le varie fasce dell’elettorato a partire dai più giovani. Dovrebbe parlare di temi concreti e costruire classe dirigente locale intorno a idee serie per i nostri quartieri.
Mettere da parte simboli e arroganze di Partito è il primo passo.
In breve, ciò che non è stato fatto per lo meno negli ultimi dieci anni a Sestri Ponente e Cornigliano.
Nel 2017 anche per tenere viva l’esperienza amministrative del mandato precedente fui tra i fondatori di un progetto civico locale, “Il Prossimo Medioponente”, il quale prese quasi 2000 voti. In questi anni la politica locale ha fatto di tutto per distruggere tale esperienza anziché farne tesoro.
Da questo auspicabile incontro di Borzoli non si dovrebbe uscire incensando o condannando questa o quella persona, questo o quel candidato. La questione è di metodo.
Ed è chiaro che se si svalica la collina di Borzoli verso nord qualcosa si è capito, se si svalica verso sud, la bussola si è rotta, da molto tempo.
Mentre quel deputato parlava l’ho vista ruotare all’impazzata senza alcun senso.

IN CONCLUSIONE, O MEGLIO PER RIPARTIRE
Ciò da cui ripartire per me si evince in maniera abbastanza naturale da questo voto, e con ogni elezione che analizzo, ogni anno che passa, affino sempre più una visione che è dal 2015 che porto avanti, ma in realtà già da molto prima.
Il centrosinistra deve mettere al centro del suo progetto Genova e la Liguria. Abbandonare le sigle e le etichette per presentarsi in maniera totalmente civica.
Per cui costruire prima di tutto un messaggio, un programma, una storia e il consenso necessario intorno ai propri candidati Presidenti e Sindaco.
Ma ciò non basterà, questo processo non può essere dall’alto verso il basso, ma al contrario deve partire dai territori.
Dobbiamo essere creativi e costruire associazioni politiche di quartiere che diano forma a classe dirigente locale con squadre di persone radicate, attive nel sociale.
Non è il lavoro di una campagna elettorale, ma il lavoro di almeno un mandato, cinque anni.

Costruire realtà civiche e classi dirigenti locali, di quartiere, può sembrare un lavoro sconnesso che manca d’unità, d’insieme. Per questo in parallelo servirà un’aperta dinamica e vulcanica discussione su che idea di città abbiamo. Un vulcano non come il Vesuvio che fa paura nel suo silenzio, ma la vivacità e fertilità dell’Etna che è infatti è celebrato in siciliano come “Mungibeddu”, il “buon monte” possiamo tradurre.
Da quando sono nato che sento parlare della necessità d’avere una “visione di città”, si diceva dobbiamo guardare lontano alla Genova del 2020, eccoci in questo decennio e ancora niente.
Provo a mettere sul piatto un metodo per rendere più semplice e concreta questa “visione di città” da costruire: partiamo dagli occhiali.
Cioè con gli occhi di chi vogliamo guardare Genova per immaginarne una diversa?
Se il centrodestra ha trovato la sua incarnazione in un dispotico uomo ultra 60enne, la Genova progressista può costruire una Genova diversa guardando alle nostre strade e ai nostri problemi con gli occhi delle giovani donne tra i 25 e i 45 anni. Coloro che stanno per costruire una famiglia oppure la tengono assieme e sanno che la città più anziana d’Italia (dopo Trieste se non vado errato) è sulle loro spalle.
Guardiamo Genova con i loro occhi, mettiamoci i loro “occhiali”, ascoltiamo. La tanto agognata “visione di città” verrà da sé.
Una Genova per le famiglie, dove lavorare e vivere bene.

Per cui agli eletti in Consiglio Comunale, penso a SiMohamed e a Francesca, e a tutti gli altri che ho citato, i candidati Presidenti ingiustamente sconfitti penso soprattutto a Roberto in Val Bisagno e a Serena a Levante, e alla nuova politica di Volt, e gli altri gruppi politici troppo spesso snobbati, spetta il compito di fare squadra, lavorare bene nelle istituzioni, ma soprattutto andare fuori, tra i cittadini.
A mettere radici.
I frutti arriveranno.

Alberto Spatola